A prova di pizzica

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“Bravo Roberto! Cusì ha sunare de San Pietro! Nu te le sciucare moi tutte ste note!”. È Marco a parlare, con la sua fisarmonica tra le braccia. Ride mentre punzecchia Roberto, che suona il clarinetto e gli risponde a sua volta con una grassa risata.
È un pomeriggio piovoso di quest’estate bizzarra, con giugno che gioca a fare marzo. Seduta su un gradino, assisto in silenzio a una delle prove degli Scazzacatarante. C’è un’aria allegra e leggera, attraversata da onde di pura energia.
Accanto a me c’è un bimbo in un girello. È il figlio di Toni e la musica gli scorre già con una sorprendente evidenza nel sangue. Molleggia nel suo giochino con l’aria di chi sta crescendo a pane e pizzica, e quando il padre gli porge il suo tamburello, lui lo afferra con le sue manine delicate. È un’immagine di una bellezza straordinaria. Quasi il passaggio di un testimone da una generazione ad un’altra. Una delle nostre tradizioni più sacre e più profane che viaggia attraverso le note, le voci e il fremito di piedi che pestano in terra.
Toni ha una voce poderosa. Sovrasta senza alcuna amplificazione tutti gli strumenti presenti. Resto completamente rapita dalla forza che si sprigiona dalle sue dita che battono sul tamburello e dalle note che escono dalla sua gola. È un canto violento, ti vibra dentro, colpisce alla pancia per l’emozione che trasmette. È magnetico. Mentre suona tiene spesso lo sguardo sul giovane Gabriele, anche lui tamburellista: i suoi occhi gli parlano, lo guidano. Gabriele ha solo nove anni e suona con la stessa travolgente passione.
È insolito per me vedere la pizzica in questa chiave. L’ho ascoltata spesso. Per strada, nelle piazze e anche in casa, nelle riunioni della mia famiglia. C’erano armoniche, chitarre, tamburelli. C’erano danze, gonne che volteggiavano, amore e allegria. Era liberatorio. E, in fondo, la pizzica è proprio questo.
A Galatina, paese di nascita di mio padre, quella della pizzica è una tradizione molto forte. C’è una piccola cappella poco lontana dalla grande chiesa madre dedicata ai Santi Protettori del paese. È la chiesetta di San Paolo, ed è lì che fino a qualche decennio fa si svolgevano queste danze lunghe e convulse, che secondo tradizione liberavano dal morso della taranta.
Oggi la taranta ha preso molte nuove vie, nuove forme. Si è riscoperta e reinventata.
Da estranea alla materia, il basso elettrico di Carmine in un gruppo di pizzica mi sembra un po’ la sintesi di questa evoluzione. Pizzica salentinaKarmine dice di essere il “vecchio” del gruppo, ma lo spirito è evidentemente giovane. Il suo basso riempie gli spazi, ha una presenza importante ma discreta. Mentre lo suona, di tanto in tanto, Carmine si volta verso il figlioletto di Toni e ne cattura l’attenzione. “Quistu l’imu fare bassista!” sentenzia, sorridendo davanti all’interesse del piccolo per il suo strumento.
Durante le prove, a qualcuno sfugge qua e là qualche errore. “L’errore ci può stare” mi spiega Carmine con voce pacata “la pizzica è una musica vitale, dinamica. Quello che è davvero essenziale è trasmettere questa forte energia”.
Gli altri, intanto, continuano a parlare tra loro. Ciascuno di loro viaggia velocemente dal proprio strumento a quello dell’altro. Ascoltano, correggono, consigliano. Matteo, con in mano il suo violino, segue con attenzione e attende il suo momento. Osservo il movimento spezzato della mano che regge l’archetto, il flusso del corpo che accompagna la musica. Ha lo sguardo concentrato rivolto verso le note degli altri e l’orecchio immerso nel suono del proprio strumento.
Gli occhi di tutti si muovono da uno all’altro. Dialogano in silenzio, si intendono. A volte sono rafforzati da poche, velocissime parole. Mezze frasi in dialetto, che riesco a cogliere appena. Accennano spesso a Davide, che quel giorno non è potuto venire alle prove. La sua presenza, però, si sente ovunque. È come se suonassero sentendo anche il suo tamburello e seguendo le note della sua voce.
Fuori continua a piovere. Roberto posa per qualche minuto il suo clarinetto ed esce comunque a fumare una sigaretta. Dall’esterno lo sentiamo bussare energicamente al grande portone verde di ferro. “Sta faciti nu casinu” dice, parodiando la voce di un anziano “mo vu chiamu le guardie”. Dentro ridacchiamo tutti. Di coinvolgente non c’è solo la loro musica. C’è la loro ironia, il loro essere. Forse è proprio questa la chiave del loro successo.
Tra una battuta e l’altra restano comunque molto esigenti con loro stessi. Marco mi sembra che prenda meno pause degli altri. Ha sempre la sua fisarmonica sulle gambe e, quando serve, tira fuori anche l’armonica. Suona e suona, molte note si concentrano su di lui.“Mo faciti cu me consumu”, dice col solito sorriso. “Face nienzi” rispondono tutti in coro, ridendo “tanto tenimu l’addru”. Alludono all’altro fisarmonicista, Pantaleo.
“C’è un po’ di ansia per il fatto di suonare alla festa di San Pietro e Paolo? È una festa piuttosto grande, con molta partecipazione”, chiedo rivolta a tutti.
“Non è solo una questione di numeri” dice Toni “abbiamo suonato molte altre volte per piazze abbastanza grandi. Qui c’è l’emozione di suonare per il proprio paese, che è anche fulcro del tarantismo. Sono cose che senti e che hanno un peso diverso dai numeri”.
“Suonereste altra musica oltre alla pizzica?”. Le esperienze di alcuni di loro dicono di sì. Ma è la voce del giovane Gabriele quella che risponde prima e più forte delle altre. “No, mai!”.
Lo dice senza esitazione, con l’ardore dei suoi nove anni e il tamburello stretto al petto. Ed è impossibile non sentire, anche da lontano, la forza e il richiamo di questo amore profondo.

Tag: Pizzica, Salento, Tradizione

Categoria: LUOGHI ED EVENTI

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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