Cambi e cambiamenti

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Molti anni fa un mio amico mi portò a vedere un film al cinema. Non era un film di cui avevo sentito parlare, accettai alla cieca, come spesso mi capita. Non ne ricordo assolutamente il titolo, né la trama. Ricordo solo che non mi piacque. Affatto. Faticavo a stargli appresso, lo trovai povero e noioso. Insapore.
Durante la sua proiezione, nella sala semivuota, affondata nella poltroncina rossa con in mano il secchiello dei pop corn di cui già avevo toccato il fondo da un po’, desiderai che finisse presto. Quando il mio amico mi chiese cosa ne pensassi, cercai di mitigare il più possibile il mio giudizio, dato che il film l’aveva scelto lui. “Non male” dissi “forse un po’ lento”.
Non so se a lui il film fosse piaciuto davvero, cosa che all’epoca trovai impossibile da credersi. Lui annuì e non ne parlammo più.
Giorni dopo, sentendoci come capitava spesso, gli chiesi cosa avesse in programma per quella sera. Ricordo che era estate, una serata calda e afosa, con il vento fermo su sé stesso e non una foglia che si muovesse. “Vado a vedere il mare” mi rispose. Poi aggiunse “Non venire, per te è lento.”
Era serio. Lui ci andò, io no. Non andai a vedere il mare fermo, non mi sedetti sulla spiaggia a parlare, non guardai la luna riflettersi sulle piccole creste di onde lente. Capii che la mia critica al film non era stata affatto benaccetta e che aveva in qualche modo segnato i nostri programmi futuri così come le nostre relazioni. Come se descrivendo quella trama come “lenta” avessi eliminato tutta una categoria di cose dalla mia esistenza. Niente thè delle cinque, niente passeggiate nei centri storici, niente musica soft, niente romanzi introspettivi.
Ammesso che tutto questo sia lento.
E il mare, ai suoi occhi, non me lo sono più meritato. Non quello fermo, almeno.
Quell’amicizia mi stette stretta da allora, o forse mi stava già stretta da prima. E immagino che la cosa fosse reciproca . Andò avanti per un po’, fino a quando cambi di vita da ambo le parti non ne decretarono irrimediabilmente la fine.
Su questa faccenda ho rimuginato a lungo. E ci ho rimuginato di nuovo questa mattina, mentre mettevo via le canotte per fare spazio a maglioncini e dolcevita.
Quante cose che non ci stanno bene conserviamo nel nostro armadio? E per quante di loro aspettiamo che sia il tessuto a logorarsi e stracciarsi, invece di disfarcene con un moto di consapevole e ferma volontà? Vecchi pantaloni, cappotti fuori moda, relazioni sbiadite, lavori che ci fasciano troppo e magari fanno emergere tutti i nostri difetti.
Il cambio di stagione è sempre un momento piuttosto problematico dalle mie parti.
Ho un guardaroba modesto. Per prenderne visione nella sua interezza non ho bisogno di munirmi di navigatore satellitare. Il rischio di perdermi in una abnorme cabina armadio non mi appartiene. I miei vestiti riposano tutti (o quasi) in una singola anta e in qualche cassetto di dimensioni assolutamente normali. Insomma, l’equivalente dello spazio che i Ferragnez riservano alla loro biancheria intima, suppongo.
Questo, in teoria, agevola il momento del cambio stagionale. Perché, in fondo, quanto tempo ci si potrà mai mettere per scambiare di posto una ventina di abiti?
Il punto è che il mio cambio armadio, per ragioni oscure e impenetrabili, si accompagna sempre a riflessioni pseudo profonde sulla vita, sul divenire e sull’universo in genere.
In fondo si tratta solo di magliette, lo so. Eppure finisco sempre per chiedermi perché non riesco mai a liberarmi di quella vecchia t-shirt con la faccia di Topolino o di quei jeans che non metto più da un numero di anni ridicolmente indefinito.
Possibile che nel mio armadio non trovi mai nulla da buttare e, contemporaneamente, non trovi mai nulla da mettere?
Possibile che l’unica ragione che mi spinge a liberarmi di qualcosa sia il vederlo ridotto in brandelli?
Il mio approccio al cambio stagionale riflette, in parte, il mio approccio alla vita. O viceversa.
È innegabile la mia difficoltà a tagliare con il passato (anzi, addirittura a riconoscerlo come tale). Così, anno dopo anno, finisco per rimirare ciò che diventa sempre più démodé, auspicando improbabili ritorni di fiamma. Oppure finisco per covare la silenziosa speranza che sia il passato a tagliare con me, con colossali e provvidenziali strappi che fughino ogni tentativo di ricucire, rimediare o rattoppare. Come quando, soffocata nel mio precedente lavoro eppure incapace di disfarmene, accolsi con un senso di gioia e sollievo il licenziamento per cause esterne. Come se qualcuno mi liberasse improvvisamente da quel giogo che sapevo di indossare, ma sotto al quale restavo con traviata sottomissione.
Magari nella vita bisognerebbe agire con un po’ di criterio in più. E capire che è anche possibile che tornino di moda i jeans a vita ultrabassa, ma, ammesso che accada davvero, tu nel frattempo avrai i tuoi bravi 40 anni. E, forse, ombelico e fossette di Venere in bella vista non saranno più tra le tue corde. Forse è vero che guardare sempre al passato e al futuro ci distoglie troppo dal presente. Forse davvero bisogna scegliere ciò che ci sta bene. In quel momento.
Boh. Forse prima o poi acquisirò fermezza e rigore. E sarà più facile fare un po’ d’ordine.
Nel frattempo sarà meglio trovare un angolino per la maglietta di Topolino. Deciderò la prossima estate.
Giuro.
Prometto.
Presumo.
Spero.

 

 (L. Gaballo)

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Tag: Salento, Ricordi

Categoria: #Pensierisfusi

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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