Curuddhi e ricordi

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Tempo fa mi capitò davanti agli occhi una scenetta un po’ insolita. All’epoca servirono un paio di pizzicotti per capire se ciò che stavo vedendo era il semplice frutto di un sacco di sonno arretrato o se davvero davanti a me c’erano un nonnino ed un bimbo che armeggiavano con un CURUDDHU!
Se ne stavano seduti per terra sull’uscio di casa, intenti l’uno a parlare, l’altro ad ascoltare. Nelle mani, quella vecchia trottola e una funicella ingiallita. Quasi un quadretto d’altri tempi.
Chissà se qualcuno di voi ci ha mai giocato.
La mia conoscenza in materia risale ad una piccola malefatta commessa in tenera età. Non ricordo quale fosse la birichinata, ma non dimenticherò mai le parole usate da mio padre come deterrente per un’eventuale recidiva: “ Te fazzu cu fiti comu nu curuddhu!”.
Non avendo particolare confidenza col dialetto, non capii con precisione quale sarebbe stata la mia pena se avessi azzardato il bis. Ma il tono e lo sguardo mi fecero capire, anche senza traduzione a margine, che sarebbe stato opportuno evitare repliche.
Una volta rientrata la crisi diplomatica, potei chiarire anche la questione linguistica.
Cos’era questo misterioso curuddhu? E cosa significava farlo “fitare”? Per farla breve, quale sarebbe stato il mio futuro se avessi intrapreso la carriera da birbante incallita?
Capii che la fantasiosa minaccia di mio padre prevedeva certamente una serie di piroette degne di un’étoile del Balletto dell’Opéra di Parigi. E il mio moto lo avrebbe impresso lui stesso attraverso una sonora sberla.
Quindi, a posteriori, posso dire che scegliere di schierarmi con le forze del bene fu una decisione molto saggia e che il mio spirito di conservazione mi orientò verso la giusta direzione.
La mia successiva buona condotta mi portò non solo ad evitarmi la pena, ma anche a guadagnare un curuddhu per giocarci.
Avendo sollevato la questione, infatti, mio padre ritenne opportuno darmi una dimostrazione pratica, perciò mi fece vedere cos’era e come girava un “curuddhu”.

Fu allora che i miei occhi di bambina videro per la prima volta quella meravigliosa trottolina di legno avvolta da una cordicina. Farla girare non era semplice. Non era come per la mia trottola “moderna”, con il suo asse simile ad un lungo fusillo. Non bastava sollevare e abbassare un perno per farla muovere. Bisognava avvolgere con cura la corda. Bisognava lanciarla nel giusto modo. Bisognava essere bravi.
Lo confesso, non sono mai riuscita a vincere un oro olimpico in questa disciplina. Anzi. Le volte in cui il mio curuddhu arrivò per terra ruotando come ci si sarebbe aspettato da una trottola sono un numero prossimo allo zero. Molto prossimo. Praticamente uguale.
Ma l’essermi applicata fu comunque motivo di soddisfazione e orgoglio per me. A maggior ragione perché il tutto nasceva dalla minaccia di una pena per la mia deprecabile condotta.
Come dire: efficaci politiche di reintegrazione!

 

 

Tag: Giochi, Ricordi

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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