Focare viste e focare perse

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Tre anni fa, sul finire di una gravidanza alquanto travagliata, davanti all’ennesima difficoltà, il mio ginecologo mi consigliò di ricorrere ad una benedizione poderosa.

Uomo di scienza dotato di una buona dose di singolare ironia, specificò che, visto il CV che avevo maturato negli otto mesi precedenti, “una benedizione di quelle che fanno ai tori” sarebbe stata la più indicata.

Il riferimento era, evidentemente, a Sant’Antonio Abate, la cui festività ricorreva di lì a qualche giorno.

Ma la mia marmocchietta, il cui spirito sovversivo era e rimane piuttosto palese, decise di sbucare fuori con un paio di settimane buone di anticipo. Sana e vispa come un pesce (anzi, anche molto più vispa di un pesce), in barba a tutti gli spaventi colossali che ci aveva fatto prendere fino ad allora.

Questa storia, che io lo voglia o no, mi riaffiora spesso in mente guardando la fierezza che ha negli occhi questa bimbetta col temperamento di un’amazzone. Di un’amazzone con un carattere spigoloso, per altro.

E sarà per quel breve cenno del mio dottore, o forse è solo per il carattere scoppiettante e un po’ fumantino della mia piccola “Ippolita” che , da tre anni a questa parte, guardo alla focara con una chiave ancor più personale ed emozionale.

Indipendentemente dalla necessità di una benedizione, ho sempre ritenuto le focare uno spettacolo straordinariamente suggestivo. Mi è sempre piaciuto andarci, sentire quel calore che dal fuoco entra e viaggia tra la gente, che ammalia, affascina e strega. La focara di Novoli, ovviamente, non ha bisogno di alcuna presentazione. I suoi giochi di luci e suoni mi conquistano ogni anno un po’ di più. Così come mi affascina tutto il lavoro di meticolosa precisione che serve nell’erigere questa monumentale struttura di fascine.

Aspetto con ansia il 16 gennaio, come un primo appuntamento. Ma quest’anno… niente. Nel bel mezzo di un turbinio di impegni, quell’incontro è saltato.

Va be, sono abituata ai compromessi, soprattutto da quando sono mamma. Perché diventare mamma mi ha fatto capire la vera essenza del darwinismo e l’importanza dell’adattamento per la sopravvivenza della specie.

E poi, saltata la focara di Novoli, mi sarei sempre potuta accontentare di quelle che avrebbero acceso nel fine settimana, quelle di quartiere, nel mio modesto paese. Non saranno da guinness, ma io mi adatto. Per la mia sopravvivenza.

Questo era dunque il programma riparatorio per sabato sera, essendo saltato quello principale del 16 a sera.

MA, c’è un MA. Al mio programma riparatorio qualcuno ha deciso di mettere i bastoni tra le ruote con un inaspettato piano B.

E non sarebbe potuto esistere un piano B migliore di quello.

Il bimbo di una mia amica, la più cara che ho, ha deciso che sabato era il giorno giusto per fare capolino in questo mondo. Così la sorellina maggiore di questo nuovo pargoletto è venuta da me e, assieme ai miei due marmocchietti, abbiamo aspettato con ansia la gioiosa notizia tra nascondini, balletti e variopinti disegnini. Sarei potuta andare ugualmente alla focara? Certo. Ma tre euforici bimbetti tra le mie due mani mi sembravano un numero problematico da gestire nel mezzo del folklore di piazza. Adattamento e sopravvivenza.

E poi trovo sorprendente, davvero sorprendente, che per ben due volte un appuntamento da me tanto atteso sia saltato per una ragione tanto simile. Ma soprattutto è sorprendente scoprire quanto l’averlo perso, in questa come nella precedente occasione, ne accresca ai miei occhi la bellezza e la poesia.

 

Tag: Ricordi

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

Foto profilo

Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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