Il pescatore di pupiddhri

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Qualche giorno fa, su uno scoglio in riva al mare, ho visto un uomo intento a pescare. Uno sgabellino, una lunga canna, un secchio bianco vicino alle gambe. Sono rimasta a guardarlo a distanza. Lui se ne stava immobile, lo sguardo fisso sul mare. Per tutto il tempo in cui l’ho osservato è rimasto fermo, grattandosi solo di tanto in tanto il lobo di un orecchio. Invidio molto quella capacità di attendere, quella scelta di starsene così, con i motori apparentemente spenti, senza la frenesia del fare per forza qualcosa.
Non so dire cosa stesse pescando, né se di fatto abbia pescato qualcosa.
Nella mia mente, ogni pescatore che colgo così, solo su uno scoglio, vede attaccarsi al proprio amo soprattutto vope e pupiddhri, come mio padre.
Anche mio padre vari anni fa ha iniziato a coltivare la passione per la pesca. Lo vedevo intento a sistemare gli ami, le esche, i mulinelli. Lo vedevo aspettare con ansia le giornate che riusciva a ritagliare tutte per sé. E ancora oggi, sebbene sia in pensione, mi sembra che le attenda con impazienza: una miriade di impegni solitamente costella la sua quotidianità, e così le giornate che dedica alla pesca diventano un appuntamento prezioso. Di solito esce molto presto e sparisce per l’intera mattinata. A casa, in realtà, porta più racconti che pesce. Lui è il nostro capitano Achab: le vope lo sfidano, mangiando e fuggendo. Ma, malgrado questo, torna sempre a casa soddisfatto e felice. Secondo me, gli piace starsene in silenzio, solo lui e il mare. E qualche pupiddhru.
Questo strano amore silenzioso e paziente, che non si aspetta nulla in cambio, mi ha incuriosito da sempre, fin da quando ero piccola e andavamo dallo zio Pippi. E se ogni amore ha un’origine, mi piace credere che mio padre l’abbia ereditato da lui.
Lo zio Pippi non era mio zio. Lo chiamavo così in segno di rispetto e di cortesia. Che chiamare solo Pippi un uomo di tanti anni più grande di me mi sembrava troppo brutto. Lo zio Pippi era un uomo smilzo ma nerboruto. Contraeva il bicipite e si chinava su me e i miei fratelli, dicendoci “volete toccare le pupuneddre?”. Mi sembrava l’uomo forzuto di un circo speciale che dava uno spettacolo tutto per me.
A vederlo gli si dava vent’anni meno di quelli che aveva, col suo fisico asciutto, fatto di forza e di nervi. Aveva una piccola casa a Santa Maria al Bagno, a pochi metri dal mare. Ci andavo a trovarlo durante l’estate, insieme alla mia famiglia. E, per me, era come andare a vedere l’attrazione del paese. C’era un lato nuovo per me nella sua casa, qualcosa che nella mia vedevo poco.
Il mio nonno materno era un contadino. Anche lui era secco e fatto di muscoli e nervi, tirati su con la fatica. Il mio nonno paterno, invece, l’ho conosciuto appena. Faceva il barbiere. Del suo mondo so ben poco. Non che non mi parlassero del nonno, ma non ho avuto modo di viverlo e quindi ho conosciuto solo un piccolo riflesso di ciò che era.
Lo zio Pippi apriva un mondo a me straordinariamente vicino, eppure quasi del tutto sconosciuto. Era stato un muratore, ma non era questo quello che mi colpiva di lui.
Lui andava a pesca. A ottant’anni, con la sua vespa, il secchio con le esche e la canna.
Era sposato con una donna che a me è sempre parsa esattamente ai suoi antipodi. Minuta, delicata, signorile. Composta e raffinata, con un filo di rossetto sulle sue labbra sottili, sotto una candida, corta chioma bianca. Non ero così addentro alle loro vite da sapere quanta felicità albergasse dentro le loro mura. A me sembravano felici. Diversi, opposti in tutto, ma felici. Fragile l’una, coriaceo l’altro. Elegante lei, pratico e crudo lui. Anche nelle voci trovavano compensazione, alle mie orecchie di bimba. Lui aveva un tono stentoreo, lei si udiva appena. Lo zio Pippi fumava, fumava parecchio. La zia Licia si lagnava per questo, e soprattutto si lagnava che lo zio fumasse perfino nel letto. Le aveva bruciacchiato diverse lenzuola, ma lui faceva sempre orecchie da mercante. Parevano diversi in tutto. Ma quanto mi sembravano sereni e felici!
Nella loro casetta in cui trascorrevano l’estate c’era un piccolo camino angolare. Sotto il camino lo zio Pippi ci poggiava il secchio con le esche e al lato c’era la sua lunga canna. Fu lui a parlarmi per la prima volta di come era una giornata di mare e di amore. Si recava al mare di mattina presto o di sera tardi, a volte ci restava tutta la notte. Montava sulla sua vespa e si infilava un giornale sotto la maglia, per non prendere freddo ai bronchi. Nei suoi racconti di pescatore solitario c’era la bellezza del mare e del silenzio, di un paesaggio che si apriva davanti ai suoi occhi nudo, vuoto di voci e di sguardi. C’erano lui e il mare.
Non so dire quanto la sua pesca fosse abbondante, di certo la voglia era tanta. E niente mai mi convincerà che lui in riva al mare, fino all’età di quasi novant’anni, ci andasse solo per il pesce. Trovavo nelle sue parole un misto di equilibrio ed entusiasmo, un amalgama difficile da credere reale per me, che confondevo la felicità con l’euforia. Era un benessere sincero e composto, una felicità sottile, una gioia muta. Un amore di quelli infiniti, che vivono di sguardi e che si nutrono di sé stessi, senza pretendere nulla in cambio. Mai.

Tag: mare, Ricordi, Salento

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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