Il ragazzo

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“Amici nel quartiere non ne ha, e quando va a giocare dove va? Il ragazzo sale molto spesso sopra un albero. Che fa? Sceglie un ramo e cerca il punto esatto dove muore la città…”  

Fantastica la nostra mente! Lo ripeto spesso, tanto da sembrare forse monotono, lo so. Questa sera ad esempio è bastato riascoltare la vecchia canzone di Francesco De Gregori, “Il Ragazzo”, ed in un istante mi sono visto catapultare negli anni ’70, fra fanciullezza e adolescenza, e sono riaffiorati volti, immagini, storie che accompagnavano il giovane ragazzo che ero e, insieme ai volti, limpidissimi, sono riemersi i ricordi delle piccole avventure vissute con gli amici di allora, delle lunghe estati che non finivano mai, dei giochi semplici e coinvolgenti praticati per strada, delle schiamazzanti bande di ragazzini che spontaneamente si radunavano agli angoli del paese.

Voci e volti di ragazzi che in molti casi non rivedo da allora, ma che sono legate indissolubilmente a quel mio mondo contadino che ora mi appare dolce e delicato. Un periodo che ebbe, è giusto dirlo, risvolti privati, e fatti riguardanti l’intera nazione, che posso definire spiacevoli e dolorosi.

Il tempo, incredibile creatura, sbiadendo e smussando i ricordi, riesce a farci accettare come “bei tempi” anche quei tratti di vita che belli lo furono solo in parte. Credevo onestamente che quei volti e quelle storie fossero seppellite per sempre ed invece… mi accorgo, sono rimasti impressi e legati alla mia mente da un filo sottilissimo ma vitale.

Fra tutti, prepotente e chiaro, si è disegnato nella mente il volto del mio amico Andrea cui non mi capitava di pensare da tantissimo tempo. In realtà non so se sia corretto definirlo amico. Andrea di amici, intesi come persone con cui si confidava, non ne aveva. Ed ora che son passati tanti anni e sono adulto potrei dire che neanche ne volesse, di amici. Troppo diverso e con una sensibilità quasi rara in quel branco di giovani ragazzi irrequieti che eravamo.

Diciamo allora che io e lui eravamo compagni di giochi e di avventure.

Andrea, dalla corporatura robusta ma tipo assai agile, era un ragazzo solitario, come dicevo, e per questa ragione molti di noi lo consideravano un tipo strano. Da evitare, se possibile.

Sarà stato perché mi affascinava o perché un po’ mi somigliava, sarà perché sin da piccolo sono stato attirato dalle “minoranze”, Andrea a me risultava invece molto simpatico. Credo che gli fossi simpatico anch’io; o almeno avevo delle doti che gli piacevano: mi disse un giorno; sarà stato per questo.

Era di un anno più grande di me e pur provenendo da una famiglia molto povera, con padre e madre analfabeti, a scuola se la cavava bene, specialmente in matematica, anche se, a dire il vero, io non l’ho mai visto studiare molto. La sua era un’intelligenza ed una capacità di imparare molto spontanea e quasi istintiva. Allo studio preferiva il gioco per strada e lo stare solo nelle campagne alla periferia del paese.

Era bravissimo (e molti lo temevano per questo) nel gioco delle biglie. Unico gioco che lo vedeva unirsi a noi spontaneamente. Ogni anno, con l’arrivo della primavera e l’allungarsi delle ore di luce, tutti noi ragazzi del quartiere, finiti i compiti, ci riversavamo per strada con i nostri sacchettini o le tasche piene delle biglie di vetro colorate e lungo i marciapiedi ed i terreni incolti ci sfidavamo in lunghissime partite: si partiva da un punto comune, “la buca”, e la sfida consisteva nel colpire con la propria pallina le biglie degli avversari attraverso tiri che venivano scoccati a turno. Ci si inginocchiava: una mano, poggiata per terra, a formare una sorta di trampolino, mentre l’altra, quella che teneva la pallina, vi veniva poggiata sopra con la biglia-proiettile ferma nell’incavo che formavamo fra pollice e medio. Dopo la “mira”, che per alcuni durava tantissimo, facevamo scattare il pollice come una molla per lanciare la nostra biglia contro quella dell’avversario. Io, molto scarso, e con poca voglia di perdere le mie amatissime biglie di vetro, spesso mi limitavo a guardare gli altri: Enea, Corrado ed il mio amico Andrea erano invece bravissimi. Riuscivano a scoccare tiri secchi e precisi, oppure, quando le palline erano distanti, parabole lunghissime, riuscendo a colpire e fare propria la biglia avversaria con incredibile facilità. Andrea, un anno, era riuscito a conquistare circa un centinaio di biglie colorate; le conservava in una scatola di latta che gli aveva regalato la sua maestra delle elementari, per metterci matite e pastelli, aveva detto, ma che evidentemente lui utilizzava per altro. Nascondeva quella scatola in un posto segreto, che un giorno mi rivelò, segno che si fidava di me veramente tanto.

Era in estate però che con lui trascorrevo le mie giornate più belle.

A ridosso del paese c’era un terreno non molto grande che apparteneva ad una famiglia emigrata in “America” tanti anni prima e che suo padre, contadino e all’occorrenza muratore, aveva avuto in custodia, avendo anche la possibilità di coltivarvi verdure e ortaggi che poi rivendeva in paese. C’erano in quel terreno quattro vecchissimi alberi di ulivo che, ad anni alterni, permettevano al padre di Andrea di ricavare un po’ d’olio per il fabbisogno familiare. Ed era proprio qui, in cima ad uno di questi ulivi, il posto dove io ed Andrea trascorrevamo molti degli afosi pomeriggi estivi e dove avevamo costruito la “capanna”. Quel vecchio albero aveva un tronco grosso e cavo nel cui interno il padre di Andrea vi nascondeva i poveri attrezzi ed i secchi che utilizzava nell’orto. Noi ci mettevamo anche le nostre cose: una corda, una vecchia stoffa e degli assi di legno con cui, all’occorrenza, realizzavamo il tetto della nostra capanna. Fra i tre grossi rami che partivano dal tronco, a circa due metri e mezzo da terra, avevamo invece costruito una piattaforma con tavole di legno recuperate in giro; una sorta di zattera su cui salivamo attraverso una scala realizzata sfruttando i buchi e le sporgenze del vecchio tronco, per poi issarci, nell’ultima parte, aggrappati ad una fune su cui avevamo fatto tanti grossi nodi. Una volta sulla piattaforma sistemavamo fra i rami sopra la testa le assi di legno che avevamo nascosto nel tronco cavo stendendoci sopra la stoffa, che bloccavamo con la corda, in modo da formare il tetto che ci faceva ombra durante la nostra permanenza. Poi sedevamo al nostro posto di osservazione, con le spalle poggiate ai grossi rami e ci mettevamo a leggere i fumetti che a volte portavo sulla capanna, fumetti ricevuti in regalo dai miei cugini più grandi, oppure ci mettevamo a fantasticare o semplicemente a guardare il paese che da lì ci sembrava lontano e silenzioso.

Altre volte, prima di salire, andavamo a caccia di lucertole, che mettevamo in un barattolo di vetro; non per ucciderle, ci mancherebbe: Andrea era un amante di ogni genere di animali e non lo avrebbe mai permesso; semplicemente le portavamo sulla capanna per osservarle, cercando ingenuamente di “addomesticarle”. Le catturavamo utilizzando dei lunghi fili d’erba, quelli che ancora oggi chiamiamo “ziti”, alla cui sottilissima punta praticavamo il cappio, un nodo scorsoio come ci aveva insegnato il padre di Andrea; poi pazientemente e delicatamente facevamo passare quel cappio lungo il collo delle lucertole che, nel tentativo di scappare, finivano per rimanerci legate come se fossero al guinzaglio. Inizialmente spaventate (e vorrei vedere!) le lucertole si lasciavano accarezzare e guardare. Le lasciavamo poi andar via a nascondersi fra i cespugli.

Quando eravamo sulla capanna non parlavamo tantissimo, e sarà stato per questo che io, oggi, non saprei dire con precisione cosa sognasse veramente Andrea, quale futuro immaginasse. Ricordo che non voleva fare il contadino come suo padre, perché soffriva veramente tanto il suo essere povero e il vivere di stenti. E poi la sua intelligenza lo spingeva altrove, gli faceva già vedere cose che io, molto più ingenuo di lui, neanche immaginavo. Mi parlava di viaggi e fantasticando, spinto forse dalle storie che leggevamo su quei fumetti, diceva di voler girare il mondo a piedi, di voler visitare città che, allora, a me sembravano lontanissime e fantastiche: Parigi, Mosca, New York, Pechino, …il Canada.

Un giorno, non ricordo bene che ricorrenza fosse, portò in un piccolo barattolo un po’ di vino che aveva preso da un bottiglione di primitivo regalato a suo padre. Io non ne avevo mai bevuto e quel trasgredire le regole, quel fare una cosa da grandi, mi eccitava e mi metteva paura allo stesso tempo. Mi sarebbe piaciuto il vino? Mi avrebbe fatto male? Andrea mi rassicurò, segno che per lui non era la prima volta, e al tramontare del sole bevemmo quel vino dolce e profumato, brindando alla nostra salute come avevamo visto e sentito fare ai grandi.

Inutile dire che quella sera scendere dall’albero mi richiese più impegno del solito.

Io tornavo a casa all’imbrunire, quando arrivava l’ora di cena, lasciando spesso Andrea da solo sull’albero, a godersi lo zigzagare delle piccole lucciole che a quei tempi ancora popolavano i nostri campi, e a guardare le stelle fantasticando sul proprio futuro. A volte gli succedeva di addormentarsi sulla capanna, e suo padre preoccupato doveva andare a svegliarlo per farlo tornare a casa.

Anche per questo il padre diceva di non capirlo, e gli urlava di essere uno svogliato. Spesso litigavano e passavano lunghissimi periodi senza parlarsi. Credo però che il padre gli volesse molto bene e lo ammirasse per la sua intelligenza e bravura a scuola, ma, nella sua semplicità, si preoccupasse per quello che la gente pensava e diceva del figlio e si sentisse quasi obbligato a sgridarlo. Sua madre invece era una donna molto taciturna e, a memoria, non l’ho mai sentita parlare di cose che non riguardassero la casa o il cucinare.

I miei ricordi di Andrea si fermano alla fine delle scuole medie. Alle superiori, pur desiderandolo, lui non si iscrisse perché, diceva, non poteva permettersi l’acquisto dei libri. Da allora l’ho perso completamente di vista.

Qualcuno mi raccontò che aveva cercato di raggiungere un parente nel nord Italia nella speranza di trovarvi poi un lavoro. Non so se sia riuscito a trovarlo quel lavoro, se gli piacesse, oppure se è riuscito a riprendere gli studi, come credo desiderasse. Non so dove viva oggi, se abbia realizzato i suoi sogni, il suo voler viaggiare per il mondo, il suo voler essere un uomo libero.

Vi confesso che mi piacerebbe incontrarlo, almeno una volta, anche se è grande il timore di trovarmi di fronte un uomo molto diverso da quello che emerge dai miei ricordi. Mi piacerebbe incontrarlo per ringraziarlo per le ore trascorse insieme, per la sua amicizia tanto particolare. È anche grazie a lui se il mio amore ed il mio fanciullesco meravigliarmi per la bellezza della natura sono ancora oggi intatti. È stato anche grazie a quei lunghi pomeriggi vissuti insieme che ho imparato ad apprezzare la virtù del silenzio e della “noia”, del parlare senza proferire parola.

E qui questa sera, mentre dolci e impetuosi risalgono i ricordi di Andrea, mi chiedo se anche lui ha conservato un pur minimo ricordo di quei pomeriggi vissuti insieme. Se ricorda il mio nome.

Probabilmente non lo saprò mai, ma questa sera, come allora, voglio brindare a lui col vino primitivo che ci ha iniziato, voglio brindare “alla salute” di quest’amico speciale emerso per un momento dal lontano passato.

 (G. Grasso)

Tag: Amicizia, Estate, Giochi, Ricordi

Categoria: #Pensierisfusi

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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