Il tempo che ci resta

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“Non mi dica che lei e sua moglie vi siete conosciuti proprio grazie a quell’orologio!”
“No… però ha avuto comunque un ruolo importante. Eravamo ragazzi. Io salivo ogni giorno sulla torre per dare la carica all’orologio e lei, invece, saliva sul terrazzo di casa dei suoi genitori. Non eravamo vicinissimi, ma era abbastanza per potersi vedere. E così ci salutavamo. Una volta mi ricordo che salii e la vidi sul terrazzo. La salutai, come sempre. Salutavo e salutavo, ma lei non mi rispondeva. La sera, quando andai a trovarla in casa dei suoi genitori, sua madre mi disse che mi ero sbracciato inutilmente, perché quel giorno sul terrazzo c’era salita lei.” Sorride e sospira. “Erano altri tempi, bisognava aspettare.”
È affascinante stare ad ascoltare la vita del sig. Antonio Pranzo.
Classe 1934, ironico e singolare. All’appuntamento con lui ci sono arrivata in anticipo, per la paura di arrivare in ritardo. Pochi minuti prima delle 18, lui è arrivato poco dopo. Il sig. Antonio non l’avevo mai visto in vita mia. E dentro di me si mescolavano curiosità e un pizzico di agitazione.
“Vuole un caffè?” gli ho chiesto, per rompere il ghiaccio all’inizio della nostra chiacchierata.
“No grazie, ho preso da poco un thè verde”. Indossa un pantalone corto chiaro, una maglietta blu e un piccolo marsupio in vita. Ha una chioma bianca, ordinata. Lo sguardo attento e vivace.
Ci siamo seduti e abbiamo parlato. Chiacchierare con lui significa viaggiare dalla sua vita a quella dell’orologio della torre di Leverano. Come se fossero l’uno parte dell’altro. Perché lui, di quell’orologio, si è preso cura per decenni. Ogni giorno, con la pazienza di un padre, è salito su per quegli scalini. Ogni giorno ha dato la carica a quell’antico meccanismo. Ogni giorno ha dedicato un po’ del suo tempo a ciò che scandiva il tempo per gli altri. Per anni.

Orologio LeveranoSuo padre era un orologiaio. “Aveva anche un noleggio di rimesse” mi spiega il sig. Antonio “si trasferì qui da Manduria nel 1919. Portava me e i miei fratelli sulla torre con lui. Io ero piccolo, non arrivavo al meccanismo. Così mi fece fare uno sgabellino da un falegname che aveva lì vicino la sua bottega. Lo conservo ancora. Ci salivo sopra e davo la carica all’orologio. L’ho fatto per tanto tempo, quando ero più giovane. Poi nel 1960 decisi di partire in Germania. Ho lavorato come elettricista, come muratore, come tornitore, come fresatore. Ero il jolly della fabbrica. Si fidavano molto di me e mi davano ruoli di responsabilità. Ci stavo bene lì, ma una delle mie figlie voleva stare qui. Così tornai, ventun anni dopo. Era il 1981. Comprai il bar in piazza Roma e da lì lo sentivo quell’orologio. E capivo al volo quando qualcosa non andava.”
“Chi si è preso cura dell’orologio mentre lei era in Germania?” gli chiedo.
“Se n’è occupato mio nipote Fernando. Per trentatré anni, fino al 1993.” Il suo tono si fa improvvisamente più sommesso, lo sguardo è basso “Ci tengo a dedicargli un pensiero. Lui non c’è più, così come mia sorella, che era sua madre. Ha dedicato tanto tempo a quell’orologio”.
È strano parlare con una persona che contribuisce inavvertitamente a scandire le nostre giornate. I pensieri viaggiano veloci. Si avverte quanto sia inarrestabile l’incedere del tempo. Si sente l’impotenza di ognuno di noi, si coglie l’importanza della cura, si percepisce quanto il tempo sia moneta di tutto.
Le riparazioni che ha dovuto fare nel corso degli anni sono state tante. Ascoltare l’orologio, parlare con lui come se fosse animato, era il suo modo di capire cosa c’era che non andava.
“Una volta la sfera delle ore si era rovinata e bisognava smontarla per poterla riparare. Trovai un signore che aveva un camion con una gru e un cestello, uno di quelli che si usano per le luminarie. Gli chiesi se potevo usarlo per smontare le sfere e lui mi rispose di sì. Ma sulla sua gru voleva salirci lui. Lo avvisai che non era facile fare quell’operazione, perché il dado che fissava le sfere era conico, arrotondato, come la punta dell’elica di un aereo. Volle provarci lo stesso. Alla fine, però, dovetti salire io a smontarle, perché lui non ci riuscì. Anche perché bisognava svitarlo nel senso opposto a quello che ci si sarebbe aspettato”.
“Ma questo lei lo aveva detto al proprietario della gru?” gli domando. Ridacchia e ammicca, senza confermare né smentire.
Non mi sorprende. Come ogni storia d’amore, anche questa ha i suoi segreti. Dopotutto, quei meccanismi devono a lui una cura di decenni. Quell’orologio deve a lui, per buona parte, la forza di aver scandito ogni giorno il tempo di tutti. Alla sua costanza, alla sua dedizione, al suo amore.
E si sa: la cosa più preziosa che si può donare a chi si ama, è proprio il tempo.

Tag: Salento

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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