Lo spettacolare panorama della vita

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Avete mai sentito parlare del Cammino di Santiago di Compostela? È un pellegrinaggio di più giorni che si compie a piedi (o bici) lungo circa ottocento chilometri e che attraversa il nord della Spagna con arrivo a Santiago di Compostela. A me è riuscito di percorrerlo per intero qualche anno fa dopo averlo corteggiato e atteso diversi anni. Vista la lunghezza, è un percorso che si divide in diverse tappe che ognuno può gestire in relativa autonomia. Comunque sia, una delle tappe più attese, più temute, più faticose e più belle lungo il Cammino è, per tanti motivi, quella che porta in cima a “O Cebreiro”. Con i suoi 1300 metri è uno dei punti più alti lungo il cammino stesso. Un’ascesa non impossibile che arriva però, per chi inizia il viaggio dai Pirenei francesi, verso la fine del percorso, quando ormai nelle gambe e nei piedi si sono stratificate le fatiche degli oltre seicento chilometri già percorsi, a cui si sommano spesso ferite ai piedi, per le vesciche nate dal tanto camminare, e fastidiose infiammazioni ai tendini.
Sono giunto ad affrontare questa tappa in un giorno di fine luglio. La giornata (era così ormai da diversi giorni) si prospettava calda e afosa ed io ero fiaccato e demoralizzato da una tallonite che era ormai mia compagna fissa. Così quella sera mi tormentavo tra paure e ansie che venivano però zittite dalla trepidazione e dal desiderio di conoscere il piccolo villaggio di cui tanto avevo sentito parlare. Avrei finalmente conosciuto “O Cebreiro” e sarei giunto in Galizia, l’ultima e verdeggiante regione prima di giungere a Santiago. Il piccolo villaggio galiziano, di antica origine celtica, è un posto che tutti mi descrivevano carico di spiritualità e avvolto da un’atmosfera quasi magica. E poi, ansia o non ansia, ormai sapevo come gestire la fatica e i dolori; inoltre ci sarebbe stato il coraggio dato dai tanti pellegrini di ogni nazionalità che avevo conosciuto lungo il percorso.
Sono partito molto presto, quando era ancora buio, con la speranza di arrivare al tratto finale, quello più impervio, in un orario in cui il caldo fosse ancora sopportabile. Gli oltre ventotto chilometri del percorso sono stati però un misto di esaltazione e delusione: lunghi tratti iniziali anonimi e assolati, su bruttissime strade asfaltate che poi, dopo diversi chilometri, si sono finalmente tramutati in sentieri sterrati che zigzagavano in mezzo a boschi di maestosi castagni in fiore. Polvere, fango, infidi rivoli di acqua, pietre traballanti e traditrici, sterco, caldo, puzza, rumori: non mi è mancato nulla mentre salivo. L’attesa dunque era stata superiore alla realtà? Occorreva pazienza; ancora pazienza. Giunto finalmente in cima, nel piccolo villaggio ho sperimentato che era tutto vero: nelle poche ore che vi sono rimasto mi è stato dato di provare una delle più grandi sensazioni di pace e serenità della mia vita. Non solo per la semplice bellezza del posto (a cui come al solito negozi e negozietti tentano di rubare qualcosa…), ma anche per gli incontri fatti, per le piccole vittorie personali compiute durante la salita, per la speciale atmosfera che avvolgeva quel villaggio costituito da antiche case dai tetti di paglia, per la piccola chiesetta in cui mi sono “riposato” ed in cui sono conservate le testimonianze di un miracolo eucaristico avvenuto nel XIV secolo.

O Cebreiro

Ma “O Cebreiro” rimarrà nel mio cuore soprattutto per le consapevolezze che mi ha portato in dono!
O Cebreiro è un villaggio che, trovandosi sulla cima del monte, permette di gustarsi due diversi panorami: quello della vallata appena attraversata e quello della vallata lungo cui sarei sceso il giorno dopo. Prima del tramonto, un po’ per riposare, un po’ per godermi la natura, sono ritornato sui miei passi andando a sedermi su un muretto appena all’entrata del paese. Ammiravo la vallata della salita che ora però appariva molto più omogenea di quanto mi fosse sembrata nell’attraversarla, nascondendo, fra alberi e dossi, il sentiero e le difficoltà affrontate.
La mente ha iniziato ad evocare immagini belle e brutte del mio passato che pian piano mi hanno portato a ripercorrere la mia vita, le tante difficoltà e i tanti dubbi lasciati a casa, le persone perse, i visi dei miei figli e degli amici, facendomi giungere infine alla consapevolezza che sì, la mia vita assomigliava in modo straordinario al percorso appena fatto: agevole solo per alcuni tratti, spesso in salita, accidentata, polverosa. A volte non genuina. Profumata. Puzzolente in altri frangenti. Solitaria quando magari avevo bisogno, in chiassosa compagnia quando invece desideravo il riposo. Faticosa.
Mai impossibile però!
E se il panorama che ora osservavo da lassù, quello della vallata appena attraversata era così bello, rigenerante, con tutto quel verde e con la voce del vento e degli uccelli che le facevano da sottofondo, come sarebbe potuta apparire la mia vita, come poteva presentarsi il mio personalissimo “panorama”, a chi avesse avuto la possibilità di guardarlo dall’alto?
Mi sono convinto subito: fossi potuto salire su un drone speciale per riguardare i miei strampalati percorsi, le mie cadute, le mie corse, i miei amori, la mia vita insomma, avrei visto panorami meravigliosi, nonostante tutto meravigliosi. E questo vale per ciascuno di noi.
I mille ostacoli, le salite, i fitti boschi dei dubbi, i sentieri che ognuno di noi percorre, i dolori, gli addii, gli incontri, le morti, le nascite… finiscono per comporre uno scenario spettacolare di cui è possibile godere solo quando, finalmente, riusciamo a fermarci.
E allora la prima naturale promessa fatta a me stesso è stata proprio questa: da quel giorno in poi avrei cercato di fermarmi più spesso. Per riconsiderare la mia vita; per guardarla e goderla senza se e senza ma.
La seconda promessa è nata quando mi sono spostato sull’altro versante, quello che nascondeva il sentiero che avrei affrontato il giorno dopo.
Panorama altrettanto spettacolare, ve lo giuro, specialmente ora che il tramonto gli conferiva sfumature di rosso e colori evanescenti. Eppure, lo sapevo per certo, quella vallata nascondeva fatiche e difficoltà (compresa una discesa spacca-ginocchia) non meno intense di quelle appena vissute.
E dunque, a questo punto, potevo aspettarmi cose diverse dal mio futuro? Potevo aspettarmi giorni senza problemi? No! La risposta era abbastanza scontata visto il parallelo che stavo portando avanti. Non potevo esserne esonerato per nessun motivo, non lo è nessuno di noi.
Ma, a questo punto ne ero certo, se fossi riuscito a tenere duro come avevo fatto lungo l’ascesa di quel giorno, se avessi affrontato gli intoppi senza disperazione, cercando semplicemente di risolverli con quelle che erano le mie forze, forse alla fine sarei arrivato a godermi un altro bellissimo scenario, un nuovo dolcissimo panorama.
Nuova promessa perciò: affrontare tutto con più serenità.
Da allora vi ricorro spesso. Quella promessa, a volte, mi permette di affrontare con calma sconcertante (anche ai miei occhi) i tanti ostacoli quotidiani, piccoli o grandi, comuni a tutti noi.
Non sempre, certo.
Perché, diciamolo: un conto è aspettarsi il dolore, sapere che ci saranno difficoltà, sapere che qualcuno o qualcosa ti spinge con le spalle al muro, ed un conto è viverli e affrontarli quei momenti. Un “chi me lo fa fare” o un “quando finirà” (per non dire altro) mi scappano ancora. Copiosamente direi. Ma ora, sotto sotto, a bocce ferme, me la rido.
Vorrà dire, mi dico, che alla prossima fermata il panorama sarà ancora più spettacolare.
“Buen camino” a tutti allora. Che possiate avere degli splendidi panorami.

(G. Grasso)

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Tag: Mondo, Ricordi, Viaggi

Categoria: #Pensierisfusi

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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