Più di ieri, meno di domani

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Le loro mani sono segnate dai solchi del tempo. Hanno attraversato cinque decadi tenendosi strette, senza mai smettere di cercarsi.
Rosalba e Vittorio sono persone semplici, dal sorriso spontaneo. Si scambiano sguardi complici, partecipi della medesima felicità.
Quelli che ho davanti sono un uomo e una donna di 77 e 72 anni, ma a me sembra di stare di fronte a due ragazzini, che si sono appena incrociati e persi nel turbinìo del loro primo amore.
Vittorio si emoziona visibilmente mentre si lascia andare ai ricordi. “Avevo poco più di diciotto anni quando vidi Rosalba per la prima volta, vicino ad una fontana. Lei era una ragazzina. Entrambi eravamo lì per riempire dei recipienti d’acqua. Le cedetti il turno, poi continuammo ognuno per la propria strada.”
Ancora non lo sapevano, ma quell’incontro finito dopo una manciata di secondi, era destinato a restare per sempre nella memoria di due vite che da lì a poco si sarebbero intrecciate. Non si conoscevano, non si erano mai visti, eppure le loro famiglie erano legate da parentela. Un po’ per questo, un po’ per ragioni economiche, la madre di Rosalba osteggiò a lungo quell’amore. C’erano pretendenti più appetibili dietro la sua porta, uomini con una carriera avviata che avrebbero potuto garantirle una vita agiata.
“Altri tempi” sottolinea lei, stringendosi nelle spalle “le famiglie badavano molto a queste cose.”
Vittorio, invece, era un semplice muratore. “L’uomo fa la roba. La roba non fa l’uomo” disse un giorno a muso duro, davanti a quella famiglia che non voleva cedere il passo ad un sentimento così fermo e vivo.
Rosalba, dal canto suo, viveva come prigioniera di quest’amore le cui vie sembravano tutte sbarrate.
“Non potevo vederlo mai, non potevo sentirlo mai. Di tanto in tanto veniva a casa mia, di sera, per via della parentela. Io sedevo a lavorare, a cucire e lui lì, fermo.”
“Eravate soli?”
“Soli? Mai!” ridono entrambi della mia domanda, quasi come se fosse comica “Non ci lasciavano soli nemmeno un attimo. Non potevamo neanche parlare. Tra noi c’erano sguardi. Solo sguardi. Sapessi per quanto tempo siamo stati insieme solo con gli sguardi! Dopo un po’ che ci conoscevamo, lui partì in Germania per lavoro. Ci scrivevamo sempre. Le lettere le spediva ad una conoscente comune, non potevo correre il rischio che le intercettasse la mia famiglia. Io gli rispondevo di nascosto. Quando veniva qui, nel periodo di Natale, rubavamo attimi alle nostre giornate. Io lavoravo in una camiceria. Prendevo il pullman alle 6.20 del mattino per andare fuori paese. Lui veniva alla fermata: stavamo insieme 5, 6 minuti al massimo. Quello era tutto il nostro tempo, per pochi giorni, in un intero anno. Le nostre case erano anche confinanti, ma non c’era mai nessuno spiraglio per noi. Non potevamo mai vederci, e allora lui cantava.”
“Cantava?” domando, incredula.
“Cantava, sì. Cantava a squarciagola. Cantava da casa sua, perché io potessi sentirlo da casa mia.”
Ad un tratto il suo sguardo sembra perdersi in un triste ricordo lontano. “Un giorno decisi di farmi fare una foto e di spedirgliela. Andai dal fotografo, di nascosto a tutti. Non potevo immaginare quanti guai sarebbero nati da quella foto. Il fotografo la espose, a mia insaputa. La videro dei parenti, lo seppe mia madre. Volle delle spiegazioni, sapeva bene a chi era destinata quella foto. Io mi sentivo in trappola per quelle pressioni continue. Ad un certo punto decisi anche di non scrivergli più, di non sentirlo più. Ero stanca, sfinita, provai a immaginare una vita diversa, cercai di capire se potevo farcela senza di lui. Frequentai un altro uomo, per un po’ mi illusi che ce l’avrei fatta. Poi lui tornò. Io lo vidi e capii che era inutile, che era come negare la verità a me stessa.”
“Le voglio troppo bene. Troppo.” Vittorio parla con una convinzione disarmante, non lascia spazio a dubbi o tentennamenti. Ogni sua parola sembra un boato nell’aria silenziosa. Scuote ogni cosa, in quella casa che è ornata dalle mille piante che parenti ed amici hanno portato in dono per i loro cinquant’anni di vita insieme.

San Valentino Ad un tratto il suo sguardo si fa duro, come attraversato da un pensiero particolarmente sentito. “Un giorno andai dai suoi genitori e dissi che dovevano smetterla. I miei sentimenti erano sinceri, ci amavamo profondamente e io non ero disposto a perderla per causa loro. Dissi che avrebbero dovuto piegarsi al nostro amore o che saremmo partiti, saremmo andati lontano da loro. Capirono che non scherzavamo, che saremmo stati insieme con o contro la loro volontà. Da allora fu tutto più facile. E col tempo mi hanno voluto bene, davvero bene.”
“Come siete oggi, dopo cinquant’anni? C’è stata emozione nel giorno del vostro anniversario?”
“Il giorno del nostro anniversario ci siamo svegliati e ci siamo abbracciati. Così, stretti stretti” risponde Rosalba, con un sorriso da sposina fresca e i pugni chiusi incrociati sul petto “Non ci siamo detti niente, ma è come se ci fossimo detti tutto, come se ci fossimo detti “grazie” per questa vita insieme”.
Prima di lasciarli, pongo a Rosalba un’ultima domanda: “Come ti ha chiesto di sposarlo?”
Lei si alza dalla sua sedia, mi fa cenno di aspettare. Torna dopo pochi secondi, stringendo tra le mani un cerchietto dorato a cui è appeso un piccolo ciondolo. Me lo porge.
“Leggi”, mi dice.
Vittorio si asciuga l’angolo esterno dell’occhio con la mano che trema lievemente, Rosalba gli rivolge uno sguardo tenero.
Sussurro, leggendo la scritta di quell’incisione. “Più di ieri, meno di domani”.
Nient’altro da aggiungere.

Tag: Amore, San Valentino

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

Foto profilo

Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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