Non sono un cane da zangoni

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Fare giardinaggio dalle mie parti si sintetizza in un unico verbo: sradicare.
Ho un piccolo angolo di terra che aspira a diventare giardino e che, nelle stagioni più felici, si crede anche tale. In realtà, soprattutto in ragione delle mani che ne hanno cura – le mie – è solo terra con qualche pianta.
Assume un aspetto distinto e rispettabile solo dopo il passaggio del giardiniere. E il fatto che ogni volta debba ricordargli chi sono e dove abito, la dice lunga sulla frequenza con cui lo chiamo. Ma lui mi perdona tutto, è un omone buono e paziente con il quale sono in debito di svariati condizionali passati. “Avresti dovuto” è la forma verbale che gli ho sentito usare più spesso da quando lo conosco. Il tutto accompagnato da uno sconsolato ciondolio del capo che rimarca la sua amara rassegnazione agli effetti della mia ignominiosa incuria. Mea culpa.
Eppure, malgrado tutto questo tradisca un’irresponsabile incostanza, al mio giardino ci tengo. E glielo dimostro con quell’unico verbo che il mio pollice verde pallido riesca a tradurre in azione: SRADICARE. Le erbacce, si intende.
E credevo di farlo piuttosto bene, prestando attenzione ad estirpare la radice per intero ed evitando di creare Meteor Crater qua e là. E la cosa mi dava anche una certa soddisfazione: in fondo è l’unica carta buona che mi gioco con il mio giardiniere.
Ma poi è arrivata mia sorella e ha interrotto il mio sogno da sradicatrice professionista. Nella sua visita a sorpresa mi ha sorpreso intenta nell’unico compito che ritenevo di svolgere degnamente, redarguendomi con un “va bene togliere le erbacce, ma almeno raccogliti gli zangoni!”
Ecco, ennesimo indizio a riprova della mia inettitudine. Perché mica lo sapevo che oltre a tutto il resto stavo tirando via e buttando anche ciò che abitualmente mangio. Quando ero bimba, troppi anni fa, andavo per le campagne a raccoglierli con mia zia e i miei nonni. Non era una cosa che mi piaceva fare. Ero troppo piccola perché mi venisse lasciato un coltello in mano, quindi fungevo solo da cane da ferma, da segugio di basso rango. Vagavo alla ricerca dello zangone e poi dovevo restare lì in attesa del raccoglitore più vicino. E il più delle volte la mia preda non era neanche quella giusta. Che tristezza.
Ho sempre sospettato che fosse una maldestra tattica per tenermi buona, perché in fondo i miei nonni e mia zia riempivano le loro buste anche senza il mio aiuto. Anzi, NONOSTANTE IL MIO AIUTO, oserei dire.
Da quegli anni lontani non ho più prestato attenzione a quest’erba, fatta eccezione per le volte in cui mi si presenta nel piatto. Ma non la raccolgo, non la compro, non la preparo. Mea culpa anche qui. Probabilmente la mia redenzione arriverà quando non mi pioveranno più zangoni come manna dal cielo dalla cucina di mia madre, già mondati e cotti. In vista di quel momento, che mi auguro arrivi il più tardi possibile, sarà meglio che riprenda ad allenarmi. Anche perché, nel frattempo, ho scoperto che lo zangone (ovvero il sonco) fa davvero troppo bene per permettersi di eliminarlo dalla dieta per mera pigrizia. Proprietà diuretiche, epatoprotettive e rimineralizzanti. Addirittura in passato si diceva che potesse ridare forza a uomini e bestie.
E poi ormai ritengo di avere l’età per maneggiare perfino un coltello, quindi posso autopromuovermi a raccoglitrice. Devo solo rispolverare un po’ i miei ricordi per evitare di servire una succulenta porzione di mandragola e magari trovarmi un valido cane da ferma che mi faccia fare bella figura. NONOSTANTE ME.

Tag: Salento, Salute

Categoria: UNABLE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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