Rape ‘nfucate, ci rivedremo

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L’inverno non fa per me.

A me piace il caldo, i vestiti leggeri, il caffè col ghiaccio, il bucato che si asciuga in mezz’ora. Mi piace passeggiare senza che il freddo mi cristallizzi le mani. Preferisco il sole che mi pizzica al vento gelido che mi schiaffeggia. La mia prova costume inizia a febbraio, e non perché sia fissata con diete e linea, ma perché provare i costumi mi fa sentire agosto un po’ più vicino.
E poi l’inverno è grigio, mi gocciola il naso, mi vengono i geloni. Quando alle cinque del pomeriggio è già buio, mi viene una tristezza che manco Montale e il suo male di vivere.

Guarda l’estate, invece. È tutto più easy. Non devi lottare con la lavatrice che ingoia i tuoi calzini, perché sei infradito forever. Il letto lo rifai in un nanosecondo, tanto basta tirare il lenzuolino. E poi ci sono i gelati per merenda, le friselle per cena, le zanzare per compagnia. E la pennichella dopo pranzo. Che bella che è quella pennichella! Dormi 15 minuti e ti risvegli come se avessi dormito 12 ore filate dopo una sbronza epica. Non ti ricordi più chi sei né perché sei lì. Che spettacolo quella pennichella!
Ma, nonostante tutto, io all’inverno non rinuncerei mai. Per due ragioni: il Natale e le rape. ‘Nfucate, possibilmente.

Rape salentine

Le rape sono uno di quei piatti che da bambina e da adolescente ho sempre evitato come la peste. Credo fosse l’odore a rendermi tanto prevenuta nei loro confronti. Per anni mi sono rifiutata categoricamente anche solo di assaggiarle. Sbuffavo quando, rientrando in casa, sentivo quell’odore tanto pungente quanto inconfondibile.
Poi, non so bene quando e non ricordo il perché, mi sono trasformata in una consumatrice seriale. E adesso sono a tutti gli effetti rapa ‘nfucata dipendente.
Mi riempie il cuore di gioia quando mia madre mi chiama e mi chiede “sto facendo le rape, ne vuoi?”. La domanda è sfacciatamente retorica, perché lei sa che non le risponderò mai di no. Neanche sotto tortura.

E sa anche che, quando il caldo inizia a farsi spazio nelle giornate incerte di fine inverno, è il momento giusto per prepararmi psicologicamente al distacco. Le sue telefonate si fanno più meste: “vuoi un bocconcino di rape? Giusto un assaggio, ormai inizia a non essere più stagione.”
È il balsamo con cui prova a lenire la ferita che ogni anno si riapre, la sua cura per quel lungo distacco, per quell’assenza inaccettabile.

Sarò forte, mamma. Lo giuro. Quest’anno non piangerò. Dopo tutto è solo un arrivederci.

 

Tag: Gusto, Salento, Tradizione

Categoria: UN BOCCONE

UN PO' DI ME

Foto profilo

Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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