Sfidare l’oblio pestando l’uva a scuola

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La scorsa settimana ho detto addio al mio microonde. Era un vecchio microonde grigio, con una coccinella che i miei figli avevano attaccato sul maniglione.
Non ricordo quanti anni avesse. Ma comunque io, nel lunghissimo periodo della nostra convivenza, avevo imparato solo due cose di lui: regolare l’orologio digitale quando si azzerava dopo un black-out e girare la rotellina dei secondi che mi permetteva di scegliere per quanto tempo riscaldare una pietanza.
E questa era l’unica ragione per cui lo utilizzavo.
Lui poteva cuocere, scongelare, aveva il grill, era un potenziale tuttofare. Ma io riscaldavo il latte la mattina e la verdura avanzata dalla sera prima. Stop.
Adesso giace spento e muto in un angolo, in attesa della sua nuova, ultima collocazione.
Considerato l’uso modesto e limitatissimo che ne facevo, ho deciso che comprarne uno nuovo era superfluo.
E così ora, la mattina, il latte lo riscaldo nel bollilatte. Il che non dovrebbe essere un fatto degno di cronaca. Anzi, in teoria non dovrebbe portarsi dietro alcuna riflessione.
Eppure l’essere passata dai 50 secondi utili a riscaldare la tazza, a quei 3-4 minuti sul fornello, mi pesa. Mi pesa assai.
E non perché questo condizioni lo svolgimento della mia mattinata, visto che mi sveglio con abbondante anticipo.
Mi pesa aspettare. Mi sono disabituata alla lentezza, all’attesa, all’analogico.
Passare da 50 secondi a 3 minuti non è poi un granché, considerato che non c’è in palio un oro olimpico. Né dovrebbe pesarmi lavare un misero bollilatte. Che in fondo di questo si tratta: un paio di minuti in più e un bollilatte. Ovvero: tempo (minimo) e fatica (ancor più trascurabile).
Può sembrare banale, ma per me queste sono due chiavi essenziali.
La mia nonna materna faceva la cotognata in casa. Faceva li purciddruzzi, il pane, la pitta rustica, filava e rammendava. La mia nonna paterna era l’incarnazione di un pastificio. Orecchiette, maccheroni, sagne torte, pappardelle, passaricchi. Investivano il loro tempo così, in gusto e tradizione. Oggi, un po’ per obbligo, un po’ per scelta, organizziamo le nostre giornate in modi diversi, spesso molto distanti da quell’esempio. Giusto? Sbagliato? Immagino che in questo, come in tutte le faccende della vita, ciascuno abbia il proprio pensiero, le proprie esigenze e le proprie priorità.
È bello però vedere che, da qualche parte, quel piccolo mondo antico delle nostre tradizioni resiste e viene riproposto. Si trasforma in conoscenza, in gioco e in memoria, sfidando il tempo e l’oblio.
Personalmente l’ho riscoperto attraverso i miei bimbi.
L’anno scorso hanno fatto la cotognata a scuola per la prima volta. E per me è stato significativo il fatto che non avessero idea di cosa fosse una mela cotogna, considerato che invece sanno cosa sia il mango. E altrettanto significativo è stato il loro entusiasmo nei confronti dell’esperienza di una cuginetta, i cui piedini tenerini hanno pestato l’uva per ricavarne il vino.
Mio nonno lo faceva il vino. Ricordo quando mi parlava della vendemmia, ricordo le botti, i travasi.
Mio padre il vino non lo fa.
Io praticamente non lo bevo nemmeno.
Ogni tanto vado nella cantina di mio nonno, guardo le botti vuote, cerco nell’aria quel profumo di troppi anni fa. Delle due lampadine della cantina, una è fulminata da vari anni. C’è buio e polvere. Sento quel posto sempre più lontano.
Ma se è vero che il ricordo sopravvive al tempo, ben vengano questi baluardi, queste giornate che infondono nei bimbi e risvegliano in noi echi di esperienze lontane e portano nutrimento alle nostre radici.
Che le radici sono sempre nascoste, ma è da lì che arriva tutto.
E “un albero, senza radici, è solo un pezzo di legno”.

Tag: Ricordi

Categoria: UNABLE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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