Should I stay or should I go?

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Nella vita non si è mai sufficientemente al sicuro. Ipotizzare di vivere su piattaforme stabili, dalle quali non si cadrà mai, è un concetto alquanto utopico. Però ci sono periodi in cui ci si sente più in balìa delle onde e altri in cui si ha la sensazione di essere approdati in un porto relativamente sicuro, tra fertili campi di serenità e distese di felicità a grappolo. Magari giusto con qualche nuvola sparsa.
Io, allo stato dell’arte, mi sento in una fase intermedia. Ma, benché goda di una discreta tranquillità d’animo, basta poco ad agitare i miei pensieri, soprattutto quelli che giacciono solo sopiti in attesa del trillo della sveglia. Ad esempio, basta che qualcuno mi trascini nelle sue scarpe con una semplice, banalissima domanda: “ tu che faresti al mio posto?”. Figuriamoci! IO!! IO che non so quasi mai cosa fare nemmeno al MIO posto! Che domanda infingarda! Ed è peggio ancora quando ti viene posta per argomenti che già, a loro tempo, hanno portato una serie di tormentati pensieri. Tipo? Tipo: “ho avuto una buona offerta di lavoro… a 900 km da qui. Tu che faresti al mio posto?”.
Scusa, svengo un attimo e torno.
Ma benedetto destino, poco poco di pace nel cuore mai??? La questione non mi riguarda in prima persona. Quindi, IN TEORIA, potrei mantenere una lucidità almeno parziale e provare ad elaborare un pensiero coerente e un’analisi da cui trarre un qualche vantaggio. IN TEORIA. In pratica, invece, è encefalogramma piatto. Perché, se esiste una domanda da “travaglio dell’incertezza” per ognuno di noi, la mia è stata questa. Il mio “sliding doors” per antonomasia.
Quando toccò a me, al di qua di quelle porte scorrevoli c’era casa mia. La mia famiglia, la cucina della mamma, gli amici. Le strade che conoscevo, il castello del mio paese. Il bar dove da sempre prendo il mio caffè in ghiaccio con latte di mandorla, la mia pasticceria preferita, col suo inarrivabile pasticciotto, la sua cassa che ha ancora la manovella e i centrini ricamati sui tavolini di marmo tondi. C’era la campagna di mio nonno, le verdure sempre abbondanti, la frutta generosa ogni giorno dell’anno. La mia costa con i suoi anfratti, il mio mare che sapeva sempre come spettinarmi i pensieri. O quietarmeli, se ne avevo bisogno. C’era la sicurezza di ciò che conoscevo bene, perché lo conoscevo da una vita. Ma c’era anche l’incertezza del futuro, il doversi accontentare, i nodi della mia terra, le nostre carenze, le difficoltà.
Al di là di quelle porte, invece, c’era Roma. La città eterna. Bellissima. A Roma c’era sempre un posto ancora da scoprire, un angolo meraviglioso da visitare, un evento a cui partecipare. C’era qualche occasione in più. C’era sempre un po’ di poesia che girovagava pigra per le strade assieme ad una quantità indicibile di auto, di frenesia, di solitudine.
Pro e contro. Pro e contro in ogni cosa.
Ma io, a Roma, sapevo di andarci a tempo determinato. Per carità, il destino non lo conosce nessuno. Tranne Paolo Fox, presumo.
Diciamo che partii con la convinzione che la mia esperienza sarebbe stata circoscritta. Senza il pregiudizio che lì non mi sarei trovata bene, senza l’idea che nessun posto è come casa. Semplicemente ero giovane (tempi beati) e avevo delle carte da giocarmi. Potevo scegliere e scelsi.
Fatto bene? Fatto male? Vattelappesca! Al netto di presunzioni varie ed eventuali, ciascuno conosce solo la vita che ha vissuto, non quella (o quelle) che avrebbe potuto vivere. Cosa mi sarebbe successo se fossi rimasta a Roma? Magari avrei trovato un lavoro da 5000 euro al mese. Magari no. Magari avrei incontrato qualcuno che avrebbe rimescolato le carte della mia esistenza. Magari no. Magari avrei trovato l’America. Magari no. O magari l’America l’ho trovata qui. Magari no.
So solo che sono qui e ora. In un universo statico questo basterebbe. Forse. Temo di essere troppo relativista per partorire analisi apprezzabili. Il “paru e sparu” non sono brava a farlo. Ecco. Proprio no.
E l’ho detto, la questione non mi riguarda in PRIMA persona. Però riguarda UNA persona. L’ENNESIMA persona. L’ennesimo parente, l’ennesimo amico che va via. Quindi, niente analisi lucide e utili. Sono spiacente, al momento non dispongo di questo articolo nel mio magazzino. Perché, se è vero che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, SEMPRE il cuore mi porterà lontano da analisi degne di tale nome. Sempre il mio cuore mi porterà qui. E mi porterà a desiderare di trattenere qui tutti quelli che ogni estate, ogni Natale, ogni volta, ogni anno, da troppi anni, saluto e vedo andar via. Tifando sempre e comunque per la loro felicità. Ma sperando che, una volta ogni tanto, cuore e ragione portino allo stesso, identico risultato.

Tag: Ricordi

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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