Storia di un ago, di un filo e del cuore che li guidava

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Nel periodo della mia vita trascorso a Roma, ricordo che feci un incontro singolare che mi è rimasto sempre impresso. Alcuni miei amici vennero a trovarmi e, siccome non avevo posto a sufficienza in casa, decidemmo di prendere un B&B. La signora che lo gestiva si chiamava Rosa ed era un’arzilla ragazza di 83 anni.
Mi folgorò.
Il B&B era casa sua, opportunamente riadattata per accogliere gli ospiti. Aveva imparato ad usare il computer, internet e tutto ciò che le occorreva per la sua attività. La prima mattina, quando uscimmo dalle nostre stanze, ci chiese cosa volessimo per colazione. La casa profumava intensamente di peperoni e noi avevamo progetti molto articolati per quella giornata, tra i quali anche la colazione al bar. Accettammo di prendere un caffè, su sua insistenza. Ci raccontò brevemente di lei e di come aveva dovuto reinventarsi.
E mi fece due domande che non scorderò finché campo.
La prima era se avessi dei contatti utili a farle rinnovare la patente perché, essendo cardiopatica, “quei lazzaroni” non l’avevano promossa.
La seconda era legata alla sua curiosità. Voleva sapere quale fosse il mio lavoro, ma mi pose questa domanda in un modo in cui non mi era mai stata posta: “TU COSA PRODUCI?”.
Mi sembrò strano, quasi tenero, perché io non producevo un bel niente, nel senso stretto del termine. Ma, detto da una ragazza di 83 anni che smanettava con agilità sul web, mi fece riflettere su come doveva essere inteso il lavoro qualche decennio prima.

Questo pensiero, invecchiato già di ben otto anni, mi è ritornato alla mente pochi giorni fa, quando mi sono imbattuta nel cartellino di un vestito.
“Diafana, morbida, accogliente. Cucita con amore da mani esperte”.
Le mani esperte di cui parlava il cartellino sono quelle di Francesca.
Francesca ha una voce pacata, capelli scuri e dita sottili. Non sapevo nulla di lei fino a qualche giorno fa, fino a prima che il suo “pensiero” mi colpisse come accadde con la mitica signora Rosa.
Ero a Lecce, in via Cesare Battisti 25, dove Francesca ha il suo cultural store, DEMODRESS. In linea di massima io sono tipa da jeans e via. Quindi il mondo dell’abbigliamento lo conosco poco. Però qualcosa ha acceso in me una scintilla quando ho visto una salentina, una ragazza che cammina sulle mie stesse strade, descrivere le sue creazioni con quattro singolari aggettivi: Democratic, Etich, Mindful ed Organic.
Cosa significa? Significa che i suoi abiti sono frutto del dialogo tra la sua esperienza e le esigenze di chi li deve indossare, sono rispettosi delle condizioni lavorative di chi li crea e sono realizzati soprattutto con tessuti naturali e a km0.
Per me, che già è un traguardo immenso se riesco a centrare con un filo la cruna di un ago, sapere che c’è una ragazza pressappoco della mia età (quindi giovanissima, N.d.R.) che confeziona abiti bellissimi e, per di più, lo fa lasciandosi guidare dalla passione per il proprio mestiere e per la propria terra, è il non plus ultra.

Quel giorno di otto anni fa, quando la signora Rosa mi chiese cosa “producessi”, non seppi dare una risposta precisa. Oggi devo ammettere che, quel giorno di otto anni fa, mi sarebbe piaciuto essere Francesca. Mi sarebbe piaciuto dirle: “faccio abiti, e li faccio con amore”. Quest’amore ha radici profonde, ma la prima creazione di Francesca non fu esattamente un successone. Era una bimba intraprendente e, con le sue piccole manine, tagliò il pizzo dal reggiseno nuovo di sua nonna. Poi le mostrò orgogliosa la sua opera. La nonna, diciamolo, non fece salti di gioia particolarmente alti.
Ma questo era stato solo il primo viaggio esplorativo in quella che poi sarebbe diventata la sua strada. Racimolando gli scarti dei tessuti usati in casa, vestendo le bambole e seguendo il suo cuore, Francesca è cresciuta fino ad arrivare a scegliere consapevolmente la sua via, malgrado percorsi di studio un po’ forzati che cercavano di far virare altrove i suoi palesi interessi.
Invece no. Lei è tornata tra i tessuti, con ago e filo tra le mani, perché questo è il suo mondo.
E, in fondo, non si può fuggire via da sé stessi.
La sua passione l’ha portata a Rimini, ad un percorso di studi coerente e, dopo pochi anni, a creare Silente, il suo primo brand, che rispecchia fortemente la sua filosofia. Perché Francesca non voleva semplicemente stare nel mondo della moda. Ha rigettato prepotentemente la standardizzazione e l’omologazione che vedeva attorno a sé e ha seguito il suo pensiero, puntando sulla riscoperta dell’artigianato e dei valori che questo si porta dietro.
Io la conosco pochissimo, ma mi sembra di vedere racchiusa nelle sue mani gentili una di quelle capacità sempre più rare e nel suo cuore uno di quei sogni che, solo a guardarli, un po’ ti emozionano. E che la sua capacità sia reale, concreta, lo dimostra anche il fatto che sia stata scelta proprio lei per creare gli abiti degli orchestrali, delle cantanti e del corpo di ballo della Notte della Taranta nel 2017.
Che dire? La signora Rosa, con i suoi spumeggianti 83 anni, si è guadagnato nella mia mente un podio da cui difficilmente riuscirò a farla scendere. Ma, da quando ho saputo di DEMODRESS, quantomeno, bisogna che quel gradino lei e Francesca se lo dividano.

Tag: Salento

Categoria: DUE CHIACCHIERE

UN PO' DI ME

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Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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