Tra viti ed ulivi, nel respiro di mio nonno

Pubblicato il

Le scale che portavano alla cantina in casa dei miei nonni non avevano una ringhiera né un corrimano. Bisognava scendere quei gradini restando addossati al muro che li delimitava da un lato, per non correre il rischio di cadere giù dall’altro. Nella cantina, bottiglie e vasetti riempivano i pochi scaffali presenti. Il resto dello spazio, un ambiente unico, monocolore, scandito da pochi pilastri, era occupato da botti e fiaschi di varia misura. Alcuni vuoti, altri pieni, alcuni per l’olio, altri per il vino.
Mio nonno era un contadino. Aveva sempre fatto il contadino, tranne che negli anni in cui la guerra e la prigionia lo avevano costretto a stare lontano dalla sua terra e dal silenzio a cui era abituato. Mia nonna bruciò tutte le foto che lo vedevano soldato. Che la guerra loro non l’avevano né scelta né voluta, e mai sarebbe dovuta entrare nelle loro vite.
Erano le mani di mio nonno a raccontarne la vita. E le sue mani erano cresciute tra viti ed ulivi. Erano lunghe e dalle linee eleganti, ma si vedeva e si capiva che erano “mani de fatica”. Sui suoi polpastrelli la terra rossa aveva impresso il proprio colore. Correva sottile lungo tutte le pieghe delle dita e non veniva mai via, nemmeno a lavarla, come se lui stesso appartenesse a quella terra che gli apparteneva. La zappa gli aveva marchiato i palmi con calli duri, perenni. Il sole aveva scurito il suo incarnato chiaro. Aveva occhi celesti e capelli di un bianco candido, mio nonno.
Tutto quello che faceva, svelava la sua propensione al lavoro duro e persistente. La campagna lo aveva forgiato non solo nel fisico, ma anche nello spirito. Sapeva che la vita dipendeva dal tempo e che la volontà dell’uomo può arrivare fino a un certo punto. Aveva imparato a dialogare con la sua terra, a coglierne i segnali, ad accettarne le ristrettezze, e a gioirne, così come faceva per i raccolti buoni. Dalla terra aveva imparato la pazienza e l’umiltà. E aveva capito che il dialogo con lei doveva essere continuo. “Ci presume de sapire, ha spicciatu de ‘mparare”.
Col suo lavoro da contadino aveva tirato su tutta la famiglia. Aveva acquistato la casa in cui viveva e un uliveto tutto suo. La vigna su cui lavorava, invece, non gli apparteneva. Non sulla carta, quanto meno. Ma, a quelle viti, vi si dedicava con la dedizione di un padre. “Vigna e puteca so ‘ccomu li piccinni: vòlinu fissu assistuti”. Lo ripeteva continuamente, soprattutto a noi nipoti, che della vigna vedevamo soltanto la fatica della vendemmia, e ci illudevamo che fosse tutto lì. Invece lui era spesso con la schiena china tra quei filari, durante tutto l’anno. Potava i rami, arava il terreno, lo faceva aerare, legava i getti, irrorava con ciò che serviva. La cura della vite passava dalla cura di tutto: della pianta, della terra in cui affondava le radici, dei sostegni a cui si appoggiava. Quando il lavoro scarseggiava o il tempo lo impediva, il nonno indugiava comunque in quei campi. Controllava come stava la vigna, verificava se avesse bisogno di qualcosa. Io ho sempre pensato che si attardasse per tenerle e per farsi tenere un po’ di compagnia.
La vigna io l’ho vissuta poco. Non era “roba” del nonno, non era posto in cui giocare.
L’uliveto, invece, lo conosco bene. Ogni anno, nei mesi di ottobre e novembre, tutta la famiglia si dedicava alla raccolta delle olive. Per mio nonno era importante che fossimo tutti presenti, voleva che ce lo guadagnassimo il nostro olio: “ci bbusca cu la fatica, spenne cu la misura”. Lui insegnava così, con il suo esempio e la saggezza del suo dialetto.
Mio nonno è morto da vari anni ormai. Da quando non c’è più mi sembra di aver perso chi con la terra faceva parlare anche me, che di quel dialogo non mi sento capace. Non trovo risposte scritte, e non ho più la sua voce che risponde alle mie domande, che sono ancora domande di bimba.
E sento il peso di tutto questo silenzio. Trovo poco conforto nel sapere di mia madre, che pure c’è, ma è parziale, troppo dubbioso. Lei, che come me e per me ha scelto una vita di libri, che ho adorato e tuttora adoro, una vita fatta di altro, che abbiamo sempre ipotizzato migliore. Mi chiedo spesso se la pace che provava mio nonno nel parlare con le sue viti e i suoi ulivi maestosi fosse quella che io respiro passeggiando su quella terra rossa battuta, mentre sento il rumore delle auto che corrono veloci e lontane sulla provinciale, al di là del muretto a secco e della stradina che porta al suo uliveto.
Lì, molto più che altrove, ancora lo sento.

L. Gaballo, pubblicazione originaria su Sentiero Bioregionale, n. 15 Solstizio d’inverno 2018

Tag: Salento

Categoria: LUOGHI ED EVENTI

UN PO' DI ME

Foto profilo

Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

Altri articoli della categoria "LUOGHI ED EVENTI"

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *