Un padre, mio padre

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Mi torna spesso in mente quest’immagine. Lo ricordo seduto dietro la scrivania, nello studio. Le carte aperte ordinatamente davanti a sé, la penna nella mano destra, la fronte posata sulla sinistra.
Entravo e lo scorgevo in silenzio, su quella sedia girevole in pelle scura. Il silenzio, ai miei occhi di bimba, era sinonimo di qualcosa che non andava. “Sei arrabbiato, papà?” gli chiedevo dalla porta. Alzava gli occhi e mi guardava stupito.
“Arrabbiato? No… perché?”
“Perché te ne stai così…zitto zitto”.
“Leggevo. Tutto qui.”
Una notte, avrò avuto quattro o cinque anni, lo sognai. Indossava una vestaglia da camera bordeaux. Passeggiava nel giardino che circondava la nostra casa, nel bel mezzo di un furioso temporale. Tra i tuoni e la pioggia scrosciante aveva incrociato un perfido coniglio con gli occhi rossi, che lo aveva ucciso. Mi svegliai e corsi piangendo da lui. “Ti prometto che non mi farò mai uccidere da un coniglio, soprattutto se ho indosso la mia vestaglia bordeaux.” Lui rise e io fui sollevata, perché lo vidi sufficientemente determinato a non perire in una circostanza simile.
Mio padre faceva la spesa. La fa ancora, l’ha sempre fatta. A volte comprava per settimane i biscotti che avevamo detto di adorare. Sempre gli stessi.
“Basta, papà!” sbottavamo, dopo l’ennesimo pacco.
“Ma avevate detto che vi piacevano!” replicava, sulla difensiva “chi vi capisce, è bravo”.
Non ci voleva molto, secondo me, a capire che non ci si poteva arenare su un unico gusto. Eppure più cresco, più capisco che ero io, in realtà, quella che non capiva. Ero io che ancora non sapevo che ogni padre, ogni genitore, si aggrappa a quelle poche certezze che riconosce come tali lungo i passi del proprio figlio. Anche se si tratta solo di biscotti. E fatica a discostarsene, per il dubbio di sbagliare, per il desiderio di vedere sempre quel sorriso spuntato per caso, la prima volta.
Mio padre smise di fumare per noi. Fece un patto con mia sorella: lei non avrebbe più mangiato le unghie, lui non avrebbe più toccato una sigaretta. Riuscì ad abbandonare completamente il fumo e si arrabbiò, si arrabbiò da morire, quando, anni dopo, scoprì mia sorella, adolescente, alle prese con qualche sigaretta. Quanto alle unghie, poi, lei non ha mai smesso di mangiarle.
Mio padre non è mai stato di troppi baci o di grandi abbracci. Quando mi trasferii lontana da casa mi disse: “Chiama, se hai bisogno. Mi infilo in macchina e vengo. Sono quattro giri di ruota, non ci vuole nulla”. Erano più di 600 km. Ed in quel preciso momento ho capito che ognuno abbraccia a suo modo.
Con mio padre ho litigato spesso. Come si litiga tra padri e figli. A volte si chiudeva in sé, a volte mi chiudevo io. Ma se c’è una cosa su cui non ho mai avuto dubbi, è che lo avrei trovato sempre lì, per quanto acre potesse essere stato il nostro diverbio.
In trentaquattro anni non l’ho mai visto con la barba lunga. Da sempre, a mia memoria, si alza e si rade. Ogni giorno. Quando lo incrocio con la schiuma bianca sulle guance, ritto davanti allo specchio, a tendere la pelle che ormai è un po’ avvizzita per gli anni, non posso fare a meno di pensare ad una frase che lessi per caso tempo fa: “Essere un buon padre è come farsi la barba. Non importa quanto sei stato bravo a raderti oggi, devi farlo di nuovo domani.”

Auguri a tutti i papà.

Tag: Ricordi

Categoria: #Pensierisfusi

UN PO' DI ME

Foto profilo

Passeggio, assaggio, osservo, ascolto.
Mi faccio spesso travolgere dall’onda delle mie ben poco raffinate emozioni.
Esperta di nulla, curiosa di tutto, vivo nella convinzione che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il gusto nel palato di chi assapora, lo stupore nella mente di chi si lascia sempre un po’ sbalordire.
In fondo il sole scende ogni giorno sotto la linea dell’orizzonte. Ma il tramonto è tutta un’altra cosa.

 

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